Ho visto di recente Perfect Days di Wim Wenders, un film che, nella sua apparente semplicità, mi ha riportato alla mente un nome che non mi abbandona mai del tutto: Henry David Thoreau. È curioso come un uomo che pulisce bagni pubblici a Tokyo e un filosofo che si rifugiò nei boschi del Massachusetts, sul lago di Walden, possano incrociarsi in un dialogo ideale, quasi senza tempo. Eppure, tra le inquadrature silenziose di Wenders e le pagine di Walden, ho intravisto un’analogia che merita di essere esplorata.
Thoreau, lo sappiamo, era un uomo che rifuggiva gli orpelli della società. “Un uomo è ricco in proporzione alle cose di cui può fare a meno”, scriveva, e in questa frase c’è tutta la sua filosofia, un invito a liberarsi dal superfluo per ritrovare l’essenza. Hirayama, il protagonista del film, sembra aver fatto sua questa lezione senza averla mai letta. La sua casa è un piccolo universo di sobrietà: un futon, qualche volume consunto, cassette di Lou Reed, una piantina che accudisce con la cura di un giardiniere zen. Non c’è nulla di ridondante, eppure la sua vita appare piena, quasi compiuta. Mi colpisce questa somiglianza con Thoreau, che nella sua capanna di Concord aveva ridotto il mondo a un tavolo, una sedia e un letto, trovando in quell’austerità una forma di libertà che noi, spesso soffocati da desideri indotti, fatichiamo a immaginare.
C’è poi una questione di tempo, che entrambi affrontano con una profondità disarmante. Thoreau parlava dell’“eterno presente”, un’esistenza svincolata dal peso del passato e dall’ansia del domani. Hirayama lo incarna senza proclami: si alza all’alba, pulisce i bagni pubblici con una meticolosità che rasenta il sacro, si concede una pausa per osservare la luce che filtra tra i rami o per ascoltare una canzone nel suo vecchio furgoncino. Non c’è affanno nei suoi gesti, solo una quieta accettazione dell’attimo. Wenders, con la sua regia sapiente, ce lo restituisce in immagini che sembrano dipinti: un uomo che lava un pavimento diventa un simbolo, un riflesso di quell’idea thoreauviana di “succhiare tutto il midollo della vita”, di cogliere il sublime nella ripetizione quotidiana.
E non si può tacere il loro rapporto con la natura, che pure si declina in modi diversi. Thoreau la cercava nella wilderness del Massachusetts, tra gli alberi e le acque di Walden, vedendola come uno specchio dell’anima, un luogo dove “affrontare i fatti essenziali della vita”. Hirayama vive a Tokyo, una città che è l’antitesi di quel bosco, eppure trova spiragli di natura nei dettagli: le piantine che coltiva con pazienza, i sassi che raccoglie come reliquie, il cielo che si apre improvviso sopra un bagno pubblico. C’è una scena che mi è rimasta negli occhi: lui che guarda una pozzanghera, con le nuvole riflesse in quel piccolo specchio d’acqua. È un’immagine fragile, quasi poetica, che richiama lo sguardo di Thoreau sulla superficie del lago. Entrambi, in fondo, si aggrappano alla natura come a un antidoto contro l’alienazione, un modo per restare umani.
Ma ciò che forse li unisce di più è il loro agire. Thoreau non era solo un pensatore: ha vissuto ciò che predicava, trasformando Walden in un esperimento e Disobbedienza Civile in un manifesto. Hirayama, dal canto suo, non teorizza nulla: la sua filosofia è nei fatti, nella precisione con cui svolge un lavoro umile, nel rispetto silenzioso che offre a ogni cosa, dalla scopa che impugna al passante che incontra. Pulire un bagno pubblico, per lui, non è una condanna ma un’arte, un gesto che dà senso al giorno. È una forma di resistenza, come quella di Thoreau, che sceglieva di “marciare al ritmo di un tamburo diverso”. Non si piegano alle convenzioni, non si adeguano: costruiscono un’esistenza che è insieme ribellione e armonia.
A due secoli di distanza, Thoreau e Hirayama si parlano, e parlano a noi. Ci dicono che la perfezione non è un ideale astratto, ma una possibilità quotidiana, nascosta nei gesti più semplici: una foglia che cade, un bagno lustro, un raggio di sole tra i palazzi. Wenders ce lo mostra con incantevole delicatezza, Thoreau ce lo ricorda con parole che ancora bruciano. In un’epoca di eccessi e distrazioni, entrambi ci invitano a guardare meglio, a ritrovare ciò che conta davvero.