Mi è capitato, qualche tempo fa, di rivedere L’Odissea del 1954, con Kirk Douglas nei panni di Ulisse. Un film che porta con sé il sapore di un’epoca in cui il mito veniva trasposto sul grande schermo con una solennità quasi liturgica. C’è una scena, in particolare, che mi ha colpito: l’arrivo di Ulisse nell’isola di Eea, la dimora di Circe. L’atmosfera è ovattata, irreale, quasi ipnotica. La maga accoglie l’eroe con una gentilezza che cela una potenza insondabile: non impone, non costringe, ma trasforma. Gli uomini che giungono da lei si scoprono improvvisamente diversi, alterati nella loro stessa natura.
Questa immagine mi ha riportato a un altro racconto, lontano nel tempo ma vicino per suggestioni: Solaris, il capolavoro di Stanisław Lem. Qui, al posto di una maga, troviamo un pianeta interamente ricoperto da un oceano pensante. Ma, come Circe, anche Solaris non usa la forza: il suo potere si manifesta nella capacità di plasmare la realtà, di restituire agli uomini le loro ossessioni più profonde, le ombre della memoria che credevano sepolte. Kelvin, il protagonista, si ritrova di fronte alla donna che aveva amato e perduto, ma è davvero lei? O è solo un riflesso generato da una volontà insondabile?
Circe, dicevamo, non è un mostro nel senso tradizionale del termine. Non è Polifemo, non è Scilla, non è Cariddi. È una figura che gioca con i confini della percezione: la sua magia non distrugge, ma altera. Gli uomini che si siedono alla sua mensa vedono la loro forma mutare, ma ciò che davvero cambia è la loro condizione esistenziale. Ulisse riesce a resisterle, eppure rimane con lei un intero anno. Perché? Forse perché Circe offre qualcosa che pochi uomini riescono a rifiutare: un’alternativa alla dura realtà del viaggio, un’oasi di sospensione temporale, un mondo in cui il tempo non ha più il suo peso gravoso.
In Solaris, il meccanismo è lo stesso, ma assume una sfumatura ancora più inquietante. Il pianeta non crea semplici illusioni, ma riporta in vita ciò che era perduto, costringendo i protagonisti a un confronto con il proprio passato. Kelvin sa che Harey non può essere reale, eppure non può fare a meno di interagire con lei, di cedere alla tentazione di credere. Non è forse lo stesso dilemma di Ulisse? Restare in un mondo che sembra offrire ciò che più si desidera o riconoscere l’inganno e riprendere il viaggio?
Sia Circe che l’oceano di Solaris incarnano l’idea dell’alterità assoluta. Sono forze che sfuggono alla comprensione umana, entità che non possono essere ingabbiate nelle categorie della razionalità. Circe è una divinità minore, una figura intermedia tra il divino e l’umano. Solaris è un’intelligenza aliena che non comunica attraverso il linguaggio, ma attraverso le emozioni, i ricordi, le paure. Sono presenze che mettono alla prova gli uomini senza usare la violenza, ma con strumenti ben più sottili: il fascino, la nostalgia, l’illusione.
Eppure, c’è un dettaglio che non possiamo trascurare. Né Circe né Solaris hanno un intento maligno. La maga dell’Odissea non uccide i suoi ospiti, e se decide di trasformarli in animali, può anche restituire loro l’aspetto umano. Solaris, dal canto suo, non attacca né distrugge, si limita a rispondere alla presenza degli uomini con il linguaggio che conosce: quello delle immagini interiori. La loro funzione non è punitiva, ma rivelatrice. Sono specchi dell’anima, superfici sulle quali si proiettano i desideri e i timori più profondi.
Forse, allora, il legame tra L’Odissea e Solaris non è solo una suggestione letteraria, ma una vera e propria chiave di lettura. Il viaggio di Ulisse è, da sempre, un viaggio doppio: geografico e interiore. L’eroe greco non deve solo tornare a Itaca, ma deve anche ritrovare sé stesso dopo anni di peripezie. Lo stesso vale per Kelvin, che parte per esplorare un pianeta sconosciuto e finisce per confrontarsi con le proprie ferite più intime.
Alla fine, Ulisse sceglie di lasciare Circe, di riprendere il mare, di rifiutare l’illusione. Kelvin, invece, fa una scelta diversa: resta su Solaris, in una sorta di limbo tra realtà e sogno. Ma entrambi hanno vissuto lo stesso enigma, hanno toccato con mano la fragilità della percezione umana.
La maga Circe e l’oceano pensante di Solaris parlano della stessa paura, e dello stesso desiderio. La paura dell’ignoto e il desiderio di perdersi in esso. La tentazione di abbandonarsi a un’illusione perfetta e il coraggio – o forse la necessità – di lasciarsela alle spalle.
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